Famiglia disfunzionale: riconoscerla, capire le dinamiche e iniziare a guarire

                           

Marionette da dito con espressioni tristi che rappresentano una famiglia; la figura del padre è separata su una mano diversa rispetto a madre e figli.
La famiglia è un sistema di legami, ma dove ogni membro, spesso, finisce per recitare un ruolo non scelto, come una marionetta mossa da fili invisibili.

Dalle stelle al suolo: dallo zodiaco alla famiglia, radice della nostra identità

Una delle domande più comuni durante un primo appuntamento, una festa o una nuova conoscenza è: “Di che segno sei?”. La domanda rivela il bisogno di etichettare, comprendere e connettersi con gli altri in modo rapido. Ariete impulsivo, Cancro sensibile, Vergine preciso, eccetera. È un modo semplice per incasellare la nostra essenza.

Ma c’è una domanda molto più potente e veramente rivelatrice: “Di che famiglia sei?” Questa domanda sposta il focus dalle stelle al suolo su cui siamo cresciuti e, se il segno zodiacale può essere come la materia prima con cui nasciamo, la famiglia è la forgia che ha lavorato quella materia.


Quando la famiglia è fonte di dolore

Il concetto di “famiglia” evoca immagini di calore, sostegno e sicurezza. Ma cosa succede quando il nido non è un rifugio, bensì la fonte stessa del dolore? Ogni famiglia può attraversare periodi di stress; in ogni famiglia le discussioni sono più o meno periodiche; ma, quando i conflitti, la negligenza o l'abuso diventano la norma, siamo di fronte ad un sistema disfunzionale: le interazioni, le comunicazioni e i comportamenti dei vari membri sono insani.

La famiglia disfunzionale è, spesso, un cumulo di macerie sotto cui geme l’essere più debole, il bambino. Le ferite alla sua sfera emotiva e psicologica lo accompagneranno per tutta la vita, condizioneranno le sue scelte e incideranno sulla sua personalità.

Riconoscere di provenire da un contesto simile è il primo, fondamentale passo verso la consapevolezza e la guarigione. In questo articolo, potrai comprendere cosa definisce una famiglia disfunzionale, quali sono le sue caratteristiche principali e come è possibile liberarsi dal dolore per costruire un futuro felice.

 

 

Pezzi degli scacchi bianchi e neri su una scacchiera, metafora dei ruoli rigidi e delle pedine in una famiglia disfunzionale.
In una famiglia disfunzionale, i membri spesso non sono liberi di essere se stessi, ma diventano pedine di un gioco invisibile governato da regole rigide.

 

Marco e Sara: cronaca di un "capro espiatorio" e di una "figlia d'oro"

Luca è un padre autoritario e ipercritico, convinto di agire per il bene dei figli. Marco, il figlio maggiore, ha voti bassi a scuola e amici ribelli all’HUCKLEBERRY FINN, inoltre, non è amante dello sport.

Marco non ha mai l’approvazione del padre, che o lo ignora o lo guarda con sdegno, per, poi, urlargli contro esclamazioni del tipo: “Non ci si può aspettare niente di buono da te; sei una causa persa; sei tutto tua madre”, dimostrando, in questo caso, di non avere alcuna stima anche della moglie.

Marco si è convinto che potrà essere solo un mediocre nella vita e si dà per vinto in ogni prova.


Il ruolo di Valeria e la trappola della "triangolazione"

Valeria, la madre, evita i conflitti diretti. Invece di affrontare il marito, con cui ha ormai solo un rapporto basato sul “Tu guadagni e io mi occupo della casa”, agisce come paciere arrendevole. In realtà, Valeria mette in atto quella che in psicologia viene definita triangolazione: non riuscendo a gestire la tensione nel rapporto di coppia, devia il problema sul figlio. Invita Marco a non prendersela, dicendogli che il padre è fatto così e che non bisogna farlo arrabbiare. In questo modo, invalida i sentimenti del ragazzo e discolpa il marito: è una forma di giustificazione del trauma in cui la madre costringe il figlio ad accettare l'abuso pur di mantenere una finta pace familiare.


Il prezzo della perfezione e il peso del rifiuto

Sara, la figlia minore, è, invece, una studentessa modello e un'atleta di talento. Quale figlia d’oro che dà lustro alla famiglia, Sara ha imparato presto che l’affetto e l’attenzione dei genitori, e soprattutto del padre, sono direttamente proporzionali ai suoi risultati.

La sua identità è costruita su ciò che gli altri si aspettano da lei, non su chi è veramente. Il dover essere sempre perfetta, per non deludere le aspettative genitoriali, genera in lei un’ansia costante per la paura di fallire, ma reprime le sue emozioni, sentendosi sola nel suo ruolo.

Quali saranno le conseguenze sulla dinamica familiare?

Ombre di due bambini su una parete: la bambina indossa una corona, il bambino è accanto a lei, simbolo dei ruoli di preferenza in una famiglia disfunzionale.
In una famiglia disfunzionale, i figli non vengono visti per quelli che sono, ma per l'ombra che proiettano: c'è chi deve indossare la corona del successo e chi è costretto a vivere nell'ombra del confronto.


Il successo di Sara sarà usato come un’arma contro Marco. Marco probabilmente svilupperà un forte risentimento verso Sara, vedendola come la preferita e il metro di paragone con cui non potrà mai competere. Sara, d'altra parte, potrebbe sentirsi in colpa o, al contrario, sviluppare un senso di superiorità. In ogni caso, un rapporto sano e di supporto tra loro diventa quasi impossibile.

Valeria e Luca ignorano la loro crisi di coppia e la loro infelicità, concentrandosi sui successi di Sara. Possono presentare al mondo una facciata di famiglia di successo, dicendo a tutti: “Avremo i nostri problemi, ma guardate che figlia meravigliosa abbiamo cresciuto”. La riuscita di Sara diventa una maschera per la disfunzione generale.

La “figlia d'oro” sembra fortunata, in realtà è gravata da un peso enorme. È una pedina fondamentale nel gioco disfunzionale della famiglia, costretta a sacrificare il proprio benessere e la propria autenticità per mantenere un equilibrio precario e dare un'illusione di normalità.

 Chi potrebbero diventare Marco e Sara da grandi e quali disturbi potrebbero essere più a rischio di sviluppare?

 

Chi diventeranno Marco e Sara da adulti: le ferite che restano

Marco: l'instabilità emotiva e il rischio di autosabotaggio

Crescendo con il giudizio negativo e martellante di essere “sbagliato”, “un problema” e “una delusione”, Marco interiorizza un profondo senso di inadeguatezza e vergogna. Da adulto potrebbe essere:

  • Un autodistruttivo: continuare a ricoprire il ruolo di "fallito" che la famiglia gli ha assegnato, autosabotando la sua carriera e le sue relazioni, abusando di sostanze (alcol, droghe) per anestetizzare il dolore emotivo, o adottando comportamenti rischiosi. Inconsciamente, si comporta in modo da confermare l'etichetta che gli è stata data.
  • Un ribelle cronico: la sua rabbia verso la famiglia potrebbe trasformarsi in una rabbia generalizzata contro l'autorità e il sistema. Potrebbe avere difficoltà a mantenere un lavoro a causa di conflitti con i superiori o a rispettare le regole sociali.
  • Un vittimista: potrebbe sviluppare la tendenza a vedersi sempre come una vittima degli eventi e delle persone, faticando ad assumersi la responsabilità della propria vita. Cerca inconsciamente partner che lo critichino o lo maltrattino, perché quella è la dinamica affettiva che conosce.

 

Il rischio di sviluppare disturbi della personalità

L'instabilità emotiva, la rabbia repressa e la sensazione di vuoto derivanti dall'essere costantemente invalidato, possono creare in Marco una forte vulnerabilità psicologica. Da adulto, Marco potrebbe avere una difficoltà cronica a regolare le proprie emozioni e manifestare tratti riconducibili ad un’instabilità relazionale e affettiva, dinamiche spesso presenti nel Disturbo Borderline di Personalità (DBP).

     


Sara: il perfezionismo patologico e il vuoto dell'immagine

Giovane donna che tiene una maschera bianca davanti a metà del volto, lasciando intravedere un occhio malinconico, metafora del falso Sé.
Per Sara, la vita adulta è un costante esercizio di equilibrio tra maschera di perfezione richiesta dagli altri e il bisogno profondo di essere vista per chi è veramente.

Crescendo con il messaggio che il suo valore dipende esclusivamente dai suoi successi, Sara impara a reprimere i propri bisogni e la propria vera identità per soddisfare le aspettative altrui. Da adulta potrebbe essere:

  • Una perfezionista ansiosa: una persona di grande successo professionale, una stacanovista (workaholic) che non si ferma mai. La sua autostima è legata ai risultati esterni. Dietro questa facciata di successo, però, si nascondono un'ansia profonda, la paura di fallire (sindrome dell'impostore) e un senso di vuoto, perché non si sente mai "abbastanza".
  • Una "people-pleaser" (accontentatrice): terrorizzata dal deludere gli altri, non sa dire di no: si carica di responsabilità che non le competono e mette sempre i bisogni altrui prima dei propri. Nelle relazioni, potrebbe essere attratta da partner esigenti o egoisti, perché si sente a suo agio nel ruolo di colei che “si prende cura” e dà senza ricevere.
  • Un’adulta anaffettiva: per proteggersi dalla pressione e dalla paura di fallire, potrebbe imparare a sopprimere le sue emozioni. Potrebbe apparire fredda, controllata e avere enormi difficoltà a stabilire un'intimità emotiva profonda, perché non ha mai imparato a essere amata per se stessa, al di là delle sue performance.

 

Rischio di sviluppare disturbi della personalità

Il bisogno costante di ammirazione e la fragile autostima legata esclusivamente ai risultati esterni possono portare Sara a sviluppare una struttura di personalità molto rigida. Da adulta, potrebbe manifestare tratti di tipo narcisistico (dovuti al bisogno di compensare il vuoto interiore con l'approvazione altrui) o una forte tendenza al perfezionismo patologico, con caratteristiche che possono sovrapporsi a quelle del Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità (DOCP). Sono schemi difensivi che la persona adotta per sentirsi “al sicuro”, ma che col tempo possono sfociare in una sofferenza profonda legata al controllo e all'immagine di sé.

 

Nota importante: le descrizioni di Marco e Sara sono esempi teorici basati su modelli clinici comuni. La mente umana è complessa e non tutti i bambini cresciuti in famiglie disfunzionali sviluppano disturbi della personalità. Queste dinamiche indicano delle vulnerabilità, non dei destini inevitabili. Solo un professionista della salute mentale, attraverso un percorso diagnostico, può valutare la presenza di un disturbo.

 

In conclusione

Paradossalmente, sebbene i loro ruoli fossero opposti, sia Marco che Sara subiscono un danno profondo. A entrambi è stato negato il diritto fondamentale di ogni bambino: essere amato incondizionatamente per quello che si è.

  • Marco è stato apertamente rifiutato.
  • Sara è stata accettata solo a condizione che fosse perfetta.

Entrambi, da adulti, si portano dentro una ferita legata al proprio valore e un'incapacità di costruire un'identità sana e autentica. La buona notizia è che, prendendo consapevolezza di tali dinamiche, è possibile intraprendere un percorso per guarire e spezzare finalmente queste catene familiari.

 

Il tassello mancante: perché i genitori si comportano così?

Ma da dove nasce tutta questa sofferenza? È facile puntare il dito contro Luca e Valeria, ma la verità è spesso più complessa. In psicologia esiste una metafora potente per spiegare questo fenomeno: i “fantasmi nella nursery” (la stanza dei bambini).


Primo piano di vecchie fotografie di famiglia, una chiave antica e dei fiori, simbolo della ricerca delle origini dei traumi familiari.
Comprendere il passato dei nostri genitori è la chiave per smettere di colpevolizzare e iniziare a guarire, trasformando i fantasmi del passato in antenati da cui imparare.


L'idea è che, quando un genitore interagisce con il proprio figlio, la stanza non è occupata solo da loro due. Ci sono degli ospiti invisibili: i “fantasmi” del passato del genitore. Questi fantasmi sono le ferite, i rifiuti e i traumi che Luca e Valeria hanno subito dai loro stessi genitori e che non hanno mai elaborato.

Così, quando Luca urla contro Marco, non sta solo parlando a suo figlio: sta dando voce a un “fantasma” (forse un nonno autoritario) che gli ha insegnato che l'unico modo per stare al mondo è la forza. E quando Valeria tace, sta ripetendo il silenzio di una madre che non l'ha mai difesa. I genitori spesso non vedono i figli per ciò che sono, ma li usano come schermi su cui proiettare i film irrisolti della loro infanzia.

Questo è il trauma intergenerazionale: una staffetta del dolore in cui ci si passa il testimone di generazione in generazione, finché qualcuno non ha il coraggio di fermarsi, voltarsi verso questi fantasmi e dire: “Ora basta. Questa storia finisce con me”.

 

 

I segnali comuni di un sistema familiare disfunzionale

Ma come possiamo capire se anche nel nostro sistema familiare si agirano questi fantasmi?  Al di là degli esempi specifici, esistono dei segnali ricorrenti che indicano una disfunzione sistemica.  

Analizziamoli a 360°:

1. Comunicazione inefficace o tossica

o   Mancanza di comunicazione: argomenti tabù, segreti di famiglia, incapacità di parlare di emozioni. Tacere per evitare il crollo della famiglia.

o   Comunicazione aggressiva: urla, insulti, critiche costanti, sarcasmo tagliente. Si annulla la comunicazione per sostituirla con un'imposizione unilaterale, dovuta ad un bisogno di controllo che nasce quasi sempre da una profonda insicurezza interiore.

o   Comunicazione passivo-aggressiva: silenzi punitivi, frecciatine, lamentele indirette. Chi usa tali mezzi porta avanti una guerra di logoramento emotivo, non al fine di cercare una risoluzione, ma di ottenere una vittoria, sfiancando l'avversario con tattiche indirette, facendolo dubitare di se stesso e costringendolo ad arrendersi per puro sfinimento, il tutto mentre mantiene pulita la sua facciata.

o   Incapacità di ascoltare: i membri parlano “uno sopra l'altro”, senza cercare di capire il punto di vista altrui. L’incapacità di ascoltare è una forma di egoismo comunicativo, generata dalla mancanza di rispetto e di generosità.

 

2. Ruoli rigidi e inadeguati

o   Il capro espiatorio: uno dei membri (spesso un figlio) viene incolpato per tutti i problemi della famiglia. Questo distoglie l'attenzione dalle vere cause del malessere.

o   L'eroe o figlio d’oro: un figlio che deve essere perfetto per dare lustro alla famiglia, spesso a costo della propria felicità e autenticità.

o   La parentificazione: un figlio è costretto ad assumere ruoli e responsabilità da adulto, come prendersi cura emotivamente di un genitore o gestire i conflitti familiari.

o   Il pacificatore: cerca costantemente di evitare i conflitti, sacrificando i propri bisogni e le proprie opinioni.


3. Mancanza di confini sani

o   Confini labili: mancanza di privacy, i genitori si intromettono eccessivamente nella vita dei figli (anche adulti), i problemi di un membro diventano un dramma per tutti.

o   Confini rigidi: distacco emotivo, freddezza, i membri della famiglia vivono come estranei sotto lo stesso tetto, senza supporto reciproco.

 

4. Controllo e perfezionismo

o   L'amore e l'approvazione sono “condizionati” al raggiungimento di determinati standard (voti a scuola, successo lavorativo, aspetto fisico).

o   L'errore non è tollerato e viene visto come un fallimento personale che disonora la famiglia.

 

5. Negazione dei problemi

o   Si finge che vada tutto bene, anche di fronte a problemi evidenti, come dipendenze (alcol, droga, gioco), tradimenti o disturbi mentali. Vige la regola non scritta del “non parlare, non fidarti, non sentire”.

 


Le conseguenze a lungo termine: l'impatto sull'età adulta

Un ragazzo che tiene un fiore giallo guarda la propria ombra proiettata su un muro; l'ombra appare come un uomo adulto imponente e distaccato, metafora del peso del passato familiare.
Diventare adulti non significa automaticamente liberarsi del passato: spesso continuiamo a camminare sotto l'ombra dei giudizi e dei traumi che abbiamo interiorizzato da bambini, sentendoci ancora piccoli di fronte alle aspettative del mondo.


Crescere in una famiglia disfunzionale lascia un'eredità pesante. Come abbiamo visto per Marco e Sara, gli adulti che provengono da questi contesti spesso lottano con:

  • Bassa autostima e senso di colpa cronico.
  • Difficoltà a stabilire relazioni sane e di fiducia.
  • Ansia, depressione e disturbi post-traumatici.
  • Perfezionismo paralizzante o, al contrario, tendenze autosabotanti.
  • Difficoltà a riconoscere ed esprimere le proprie emozioni.
  • Tendenza a ripetere gli stessi schemi disfunzionali nelle proprie relazioni.
  • Disturbi della personalità.

 

Come uscire dalla spirale: un percorso di guarigione è possibile

Rompere i cicli di una famiglia disfunzionale non è facile, ma è possibile. La guarigione è un processo che richiede tempo, pazienza e coraggio. È necessario rivolgersi ad uno psicologo specializzato in terapia familiare (Psicoterapeuta ad indirizzo Sistemico-Relazionale).

Lo psicologo familiare non è un giudice che decide chi ha torto e chi ha ragione. È un esperto di sistemi e di comunicazione che agisce come un mediatore e un traduttore. Il suo obiettivo non è solo "curare" gli individui, ma anche quello di "curare le relazioni" tra i membri della famiglia.

Ecco perché il suo intervento è cruciale:

  1. Crea uno spazio sicuro: la stanza di terapia diventa un luogo neutrale, dove ogni membro può esprimere i propri pensieri e le proprie emozioni, senza paura di essere attaccato, interrotto o giudicato.
  2. Rende visibili le dinamiche invisibili: lo psicologo osserva la famiglia “dall'esterno” e può identificare quei modelli disfunzionali (come il ruolo del capro espiatorio o la comunicazione passivo-aggressiva) che i membri della famiglia non riescono più a vedere perché ne sono immersi.
  3. Insegna nuovi strumenti di comunicazione: fornisce tecniche concrete per imparare a:
    • Esprimere i bisogni in modo chiaro e non accusatorio (es. “Io mi sento...” invece di “Tu mi fai sentire...”).
    • Ascoltare attivamente per comprendere davvero l'altro.
    • Gestire i conflitti in modo costruttivo, senza evitarli.
  4. Aiuta a ridisegnare i confini: lavora con la famiglia per stabilire confini sani, dove ogni individuo possa avere il proprio spazio e la propria autonomia, pur mantenendo un forte senso di connessione e supporto reciproco.
  5. Sblocca il sistema: quando una famiglia è bloccata in un circolo vizioso, lo psicologo introduce nuovi modi di interagire, che rompono gli schemi e permettono al sistema di evolvere verso un nuovo equilibrio più sano.

 

Quando è il momento di chiedere aiuto?

  • Quando i litigi sono costanti e non si risolvono mai.
  • Quando un evento traumatico (un lutto, una malattia, un divorzio) ha destabilizzato l'intera famiglia.
  • Quando un figlio o un adolescente manifesta un forte disagio (problemi scolastici, isolamento, comportamenti a rischio). Spesso, il suo sintomo è la "voce" del malessere dell'intero sistema.
  • Quando la comunicazione si è interrotta e regnano silenzi e risentimenti.
  • Quando c'è la presenza di una dipendenza o di un disturbo psicologico che sta avendo un impatto su tutti.

  

Una ragazza corre felice in un campo di papaveri con le braccia alzate e catene spezzate che volano via dai polsi, simbolo di liberazione dai traumi familiari.
Spezzare le catene di una famiglia disfunzionale non è solo la fine di un dolore, ma l'inizio di una vita nuova, dove finalmente sei libero di correre verso la tua felicità senza pesi sul cuore.

 

Cosa puoi fare da subito: piccoli passi per proteggerti

Riconoscere la propria storia è il passo più difficile; ma cosa si può fare concretamente quando la terapia non è ancora iniziata o quando si deve affrontare la prossima cena di famiglia? Ecco alcuni strumenti di “pronto soccorso emotivo”:

1. Informati e dai un nome a ciò che vivi (Psicoeducazione)

La conoscenza è la tua prima difesa. Continuare a leggere, guardare video di esperti o frequentare gruppi di supporto ti aiutano a capire che quello che hai vissuto non è colpa tua, ma il risultato di un sistema malato. Dare un nome alle dinamiche (come la triangolazione o il gaslighting) serve a togliere a questi comportamenti il potere di farti dubitare di te stesso. Informarsi significa "accendere la luce" nella stanza dei fantasmi: una volta visti per quello che sono, fanno meno paura.

2. Impara l'arte di mettere dei confini

I confini non sono muri per allontanare gli altri, ma porte per proteggere te.

  • Impara a dire “no”: Se una telefonata diventa tossica o carica di critiche, hai il diritto di dire: “Non mi sento di continuare questa conversazione se i toni sono questi: preferisco riagganciare e sentirci quando saremo più calmi”.
  • Usa i messaggi “Io”: Invece di accusare (“Tu mi tratti sempre male”), prova a dire: “Io mi sento a disagio quando critichi le mie scelte, quindi preferirei cambiare argomento”. Se il confine viene calpestato, allontanati fisicamente dalla situazione.

3. Valuta il “Low Contact” o il “No Contact”

A volte, la distanza è l'unica medicina possibile. Non è un atto di vendetta, ma di sopravvivenza.

  • Low Contact (Basso Contatto): Significa limitare le interazioni allo stretto necessario (compleanni, questioni burocratiche) e rimanere su argomenti neutri (il meteo, il lavoro). In psicologia si usa spesso la tecnica della “Pietra Grigia” (Gray Rock): diventare poco interessanti, non reagire alle provocazioni e non dare informazioni personali che potrebbero essere usate contro di te.
  • No Contact (Contatto Zero): In casi di abuso grave, manipolazione estrema o quando ogni tentativo di dialogo fallisce, chiudere ogni ponte può essere l’unica strada per guarire. È una scelta sofferta e spesso criticata dalla società, ma ricorda: onorare i genitori non significa accettare di essere distrutti da loro.

4. Coltiva la tua “famiglia scelta”

Se la famiglia d'origine non può darti il sostegno di cui hai bisogno, cercalo altrove. Amici fidati, partner o mentor possono diventare quel cerchio di sicurezza che ti è mancato. Circondati di persone che validano i tuoi sentimenti e che ti amano per ciò che sei. In questo percorso, imparare a prenderti cura dei tuoi bisogni quotidiani è il primo atto di libertà. [Se vuoi approfondire, leggi l'articolo "Self-Care: guida pratica per il benessere mentale"].   

 

 

Conclusioni

In conclusione, pensare di “lavare i panni sporchi in famiglia” può portare a perpetuare il dolore per generazioni. L’aiuto di uno psicologo permetterà, invece, di recuperare il benessere emotivo di ogni singolo membro e la capacità della famiglia di diventare una vera fonte di amore, supporto e crescita, anziché di sofferenza. Genitori, volete che i vostri figli ereditino queste catene o che crescano liberi e realizzati?

Quattro mani di diverse (2 adulti, bambino e neonato) sovrapposte in un gesto di protezione e unione familiare.
Guarire significa trasformare il proprio dolore in protezione e assicurarsi che le mani dei nostri figli non siano strette da catene, ma sostenute e rassicurate.


Ti sei riconosciuto più nel ruolo di Marco o di Sara? Qual è stata la consapevolezza più difficile da accettare? Condividi la tua storia nei commenti: la tua voce potrebbe aiutare qualcun altro a sentirsi meno solo.





Commenti

  1. È dichiarato ormai esplicitamente: la nostra società è pervasa dalla cultura del patriarcato. In che misura la donna può ritenersi vittima e non piuttosto complice del sistema? A chi dare la colpa se la famiglia è disfunzionale? Penso che la prima responsabilità sia delle madri, che con orgoglio innestano l'erbaccia del narcisismo nei propri figli, difficile da estirpare una volta divenuti uomini adulti. Solo se le madri venissero educate ad educare, si potrebbe sperare nella formazione di famiglie "sane", in cui il vero benessere dei figli sia la priorità, per una costruzione di una società senza violenza, orientata alle persone. Grazie, Anna, per il tuo articolo, ha dato spunto alle mie riflessioni. Maria S.

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    Risposte
    1. Grazie mille Maria per questo spunto di riflessione così profondo. Hai toccato un tasto dolente ma verissimo: la consapevolezza è il primo passo per spezzare certe catene. Il concetto di 'educare ad educare' è fondamentale: spesso replichiamo schemi appresi senza rendercene conto. Spero che articoli come questo possano essere un piccolo seme per quella formazione di famiglie sane di cui parli. Grazie per aver arricchito il post con la tua visione.
      A presto.
      Anna di Benessere Vero

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