La terapia della condivisione: parlare della malattia cura l’anima
La terapia non prescritta: perché parlare della malattia è il primo passo per star meglio
C'è un silenzio che solo chi vive una malattia
conosce. È il silenzio delle sale d'attesa, delle notti insonni, delle finestre
che si affacciano su un mondo che continua a correre mentre tu sei costretto a
fermarti. È un silenzio che isola, che scava dentro e che, a volte, fa più male
dei sintomi fisici.
Ho conosciuto questo silenzio, ma ho trovato anche
il suo antidoto. Non si trova in farmacia, non ha bisogno di ricetta e il suo
effetto è potente e immediato. L'ho scoperto in un messaggio del mio amico
Agostino.
L’anno
in cui mi sono ammalata è stato molto duro per me, tra ricoveri in cliniche
specialistiche e autoisolamento anche per le difficoltà motorie. In uno dei
miei tanti ricoveri ho conosciuto Agostino, affetto da sclerodermia: era
allettato per la fase avanzata della malattia. Anche dopo le dimissioni abbiamo
continuato a sentirci e, in un messaggio che conservo ancora, mi ha scritto: “Io, come te, attendo i risultati delle ricerche scientifiche come
fossero i numeri vincenti della lotteria, quella più importante della vita. Eh
sì, perché, senza salute, non si vive, si sopravvive, impantanati nelle sabbie
mobili della sofferenza, del dolore, della paura, della rabbia, della
frustrazione. La bellezza intorno si burla di noi: persino questo frinire
instancabile delle cicale, che, prepotente, infrange il riposo forzato nei
nostri letti, impregnati di lacrime e di sudore, infierisce, cantando, al di là
delle nostre finestre, meraviglie che non sono per noi. Ma noi, in un giorno
come un altro di questa esistenza insipida, ci siamo scoperti amici!” È stato
un balsamo per me quest’ultima frase: “Ci siamo scoperti amici”. D’un tratto la
“bellezza intorno” non aveva un valore così alto come quell’amico, trovato in
questa esistenza non più tanto “insipida”. Così è iniziata la nostra nuova terapia:
quella della condivisione. Io e Agostino. Le nostre conversazioni:
un’overdose di incoraggiamento reciproco; la promessa di rincontrarci: un pieno
di speranza nella cura che ci avrebbe dovuto rimettere in piedi. Agostino non è
più qui, ma sento che continua a fare il tifo per me.
Che cos'è esattamente la "Terapia della condivisione"?
Non è una psicoterapia formale, ma un processo
umano fondamentale. È l'atto di rompere quel silenzio assordante e trasformare
un'esperienza solitaria in un ponte verso un'altra persona. È trovare qualcuno
che, quando dici "ho paura" o "sono stanco", non risponde
con frasi fatte, ma con un silenzio che dice: "ti capisco".
Condividere la propria malattia significa lasciarsi
vedere nella propria vulnerabilità e sentirsi accolti.
Significa anche validare le proprie
emozioni: quando un'altra persona riconosce il tuo dolore, la tua rabbia o
la tua frustrazione come legittimi, quel peso emotivo inizia a sciogliersi.
Ma avere qualcuno a cui importa di te vuol
dire pure alleggerire il carico: parlare della tua malattia è come
chiedere a qualcuno di aiutarti a portare il tuo fardello per un tratto del
cammino. Il peso non scompare, ma diventa improvvisamente più gestibile.
La scienza dietro un abbraccio (o una telefonata): cosa dicono gli studi
Questo non è solo un discorso sentimentale. Il
potere della connessione umana sulla salute è un fatto scientificamente
provato. Quando ci sentiamo compresi e supportati, il nostro corpo risponde.
Ecco cosa succede:
- Riduzione dello stress: numerosi
studi hanno dimostrato che il supporto sociale aiuta a ridurre i livelli
di cortisolo, il cosiddetto "ormone dello stress".
Un livello di cortisolo cronicamente alto può indebolire il sistema
immunitario e peggiorare le infiammazioni; quindi, abbassarlo ha un
effetto benefico diretto sul corpo.
- Aumento delle difese immunitarie: una
ricerca pubblicata dall'American Psychological Association ha evidenziato
come le persone che si sentono sole abbiano una risposta immunitaria meno
efficace e siano più soggette a infiammazioni rispetto a chi ha una solida
rete sociale.
- Migliore gestione del dolore: sentirsi
supportati può addirittura modificare la nostra percezione del dolore
fisico. La connessione emotiva stimola il rilascio di ossitocina,
un ormone che promuove il legame sociale e ha effetti analgesici naturali.
- Aumento della longevità: lo studio "Social support and survival among women with breast cancer", pubblicato nel 1995, (Maunsell E. et al.) è emblematico. Tale studio, condotto su
donne con cancro al seno, ha rivelato come le pazienti con una forte rete
di amici avessero un tasso di sopravvivenza significativamente più
alto. L'amicizia, letteralmente, può allungare la vita.
Trovare la propria "Tribù": le forme della condivisione
La terapia della condivisione può assumere
molte forme. L'importante è trovare quella giusta per te.
- L'amicizia uno a uno: il legame
profondo e intimo, come quello che ho costruito con Agostino. A volte
basta una sola persona che "parli la tua stessa lingua".
- I gruppi di supporto: che siano
online o in presenza, questi gruppi sono un tesoro. Riuniscono persone che
affrontano sfide simili, creando uno spazio sicuro per scambiare consigli
pratici ed emotivi.
- La scrittura (come questo Blog): scrivere
le proprie esperienze è un modo potente per elaborarle. E quando qualcun
altro legge e commenta, la magia della condivisione avviene anche
attraverso uno schermo.
Il confine sacro: quando l'amicizia non basta
e serve un aiuto professionale
È fondamentale, però, essere onesti. La
terapia della condivisione è un pilastro, ma non può sostituire il supporto
professionale quando necessario.
Un amico ti tiene la mano nel buio. Uno
psicoterapeuta ti dà una torcia e ti insegna come usarla.
La psicoterapia offre uno spazio diverso,
protetto e guidato da un esperto. È il luogo dove puoi esplorare le radici più
profonde della tua sofferenza senza la preoccupazione di
"appesantire" l'altro. È dove puoi imparare strategie concrete (come
le tecniche cognitivo-comportamentali o la mindfulness) per gestire l'ansia, la
depressione o il trauma legati alla malattia.
Il primo passo per uscire dal silenzio
La malattia può toglierci molto, ma non deve
toglierci la connessione umana. Quella connessione è una risorsa, una medicina
per l'anima, una forza che ci ricorda che, anche nei giorni più bui, non siamo
soli.
Se stai vivendo il tuo momento di silenzio,
spero che queste parole ti diano il coraggio di fare il primo passo. Chiama un
amico. Cerca un gruppo di supporto online. Scrivi i tuoi pensieri. Non devi
affrontare tutto questo da solo.
Se hai mai sperimentato il potere della
condivisione durante un momento difficile, raccontamelo nei commenti. La tua
storia potrebbe essere il balsamo di cui qualcun altro ha bisogno oggi.
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